Le emozioni degli altri sono più importanti

L’ipersensibilità è il miglior nemico ma anche il miglior amico che ti possa accompagnare.

Sin da quando ero una bambina ho vissuto tutto, qualsiasi evento o momento con estrema intensità: nella mia mente qualsiasi cosa andava vissuta, ripetuta, interpretata in base alle mie esperienze e a ciò che la mia maturità mi permetteva di vedere. Penso che ciò che non si dice, ciò che si evita di fare, di dire rivela molto della persona con cui interagiamo, per questo motivo do molto peso alla comunicazione non verbale.

L’ipersensibilità è quel sesto senso simile all’empatia ma ad un livello estremamente superiore, è come se davanti a me io non vedessi solo la persona ma ne sentissi le emozioni e in qualche modo le accogliessi; ad esempio se la persona è frustrata mi irrito anche io e non riesco a fare altro se non a pensare a questo fatto e a volere con tutte le mie forze aiutare l’altro a liberarsi.

Trovo che molte delle persone con cui entro in contatto non siano in contatto con il loro essere più intimo e perciò percepire cose che non sentono nemmeno loro a volte è troppo difficile, mi viene la voglia di fermarle e chiedere loro “Cosa c’è che non va?” e finalmente provare della catarsi e sentirsi in pace.

Ecco io non riesco a voltare pagina o a fare finta di niente, ci rimango molto male e questo capita davvero troppo spesso: non riesco a sopportare i silenzi pieni, tutti quei silenzi che non sarebbero dei silenzi se solo fossimo più connessi, se solo fossimo più in sintonia. Il silenzio è accettabile, per me, solo se sappiamo bene entrambi che non è rimasto nulla da dire, che non c’è nulla da dire perché non serve, solo allora il silenzio è armonioso e tranquillo.

Ad esempio non riesco a stare in luoghi dove sento che le persone stanno male, dove si sente rabbia o tristezza o ostilità, per questo nella mia vita ho sempre cercato di evitare di far parte di gruppi tanto grandi, gruppi dove in fondo sapevo di dovermi reprimere.

Quello che più mi ferisce è la poca considerazione dei sentimenti altrui, la maleducazione, la prepotenza; vorrei davvero tanto che le persone potessero essere più delicate, più rispettose, gentili con le loro azioni e amorevoli nelle loro parole.

Ma l’ipersensibilità riguarda anche gli altri sensi: mi danno fastidio i rumori forti, soprattutto la mattina, gli odori estremi e la mia pelle si irrita subito a contatto con alcuni materiali. Ultimamente poi quello che ho scoperto è un fatto molto strano: quando sono costretta a conversare su qualcosa che non ritengo degna del mio tempo e della mia attenzione, quando sono costretta a parlare su cose estremamente superficiali con qualcuno comincio ad avvertire un dolore lancinante allo stomaco, e questo molto spesso lo noto quando sento che la persona stessa non sta bene, o magari è eccessivamente negativa, o magari è esasperata e vorrebbe solo liberarsi.

C’è da dire però che sentire le cose con così tanta forza ha anche il beneficio di potersi curare con altrettanta profondità ogni volta.

Se stringiamo un po’ l’ego, forse ci stiamo tutti

Molte persone sono state colpite da un malessere pericoloso, da una malattia, da una mania illusoria: essere dei leader, avere successo, essere i primi. Tutti vogliono diventare milionari, illudendosi di una vita insignificante e vuota alla ricerca di arricchirsi materialmente: << Il denaro che si possiede è strumento di libertà, quello che si insegue è strumento di schiavitù>> Jean Jacques Russeau. E’ assurda l’ideologia che con cui queste persone vivono.

George Carlin rideva delle persone che comprano libri automotivazionali: se sei abbastanza motivato da andare a comprare il libro in fondo non sei già abbastanza motivato a fare ciò per cui dovresti avere motivazione? Che poi se si chiama automotivazione non dovrebbe insegnartela qualcun altro, o no?

“Sono andato in libreria e ho chiesto alla commessa dove si trovasse la categoria di libri automotivazionali. Mi ha risposto che se me l’avesse detto avrebbe infranto lo scopo.”

Queste persone vivono nel culto della personalità: io sono il migliore, io avrò successo, io sono il primo. Vivono in un sogno dove tutti sono al loro servizio e non per qualche loro talento pregio o capacità (ovviamente non sarebbe comunque una motivazione) ma solo perché credono in loro stessi, che poi mi viene sempre da chiedere : a che cosa serve credere in sé stessi?

In fondo la vita non è così difficile: mangiamo, dormiamo, lavoriamo, soddisfiamo i nostri bisogni primari e se riusciamo quelli secondari, viviamo in pace con il resto del mondo, magari ci innamoriamo, invecchiamo ed infine passiamo a miglior vita. A che cosa serve tutta questa motivazione? A che cosa serve sentirsi speciali?

Tutte queste persone si sentono protagonisti ma di cosa io mi chiedo? Non lo so e non credo lo saprò mai, quello che so è che nutrono il loro ego e il loro amor proprio al punto tale da non riuscire più a vedere l’altra faccia della medaglia.

Credere in sé stessi: “Posso anche essere un idiota ma c’è una cosa che di certo non sono, signore, e questa è essere un idiota.”

Mi viene anche da chiedere: essere i primi in cosa di preciso? Vivono con questa mentalità, nell’ombra di chi viene elogiato da questo sistema disumano servo del denaro, e mostrato come esempio da seguire nonostante abbia sfruttato la manodopera minorile o abbia commesso altri crimini immorali, ma che a noi viene mostrato come eroe per aver raggiunto il successo economico come fosse il profondo scopo della vita; che poi per essere eroe non bisogna aver compiuto gesta eroiche? Bill Burr comico statunitense scherzando su questo culto dice:《 Il mondo funzionava in un modo poi è arrivato Steve Jobs e lo ha trasformato. Per l’amor del cielo che cosa ha fatto di così straordinario? >>

Ad esempio ecco un articolo sullo sfruttamento dei dipendenti di Amazon: https://www.ilriformista.it/amazon-piu-ricca-lavoratori-piu-sfruttati-viva-lo-sciopero-207447/#:~:text=In%20Italia%2C%2040mila%20lavoratori%20dipendono,stati%20assunti%20solo%20nel%202020.

Tutto questo non fa altro che ingigantire quello che non si è.

Che bisogno c’è di sentirsi i migliori? È una realtà falsificata che si creano aiutandosi con un linguaggio falso, usando l’antilingua in modo tale da allontanare il più possibile anche solo l’idea di essere ciò che realmente sono: persone comuni, pieni di pregi ma soprattutto di difetti, persone che sbagliano, imperfette.

È un mondo falso, creato apposta per impressionare gli altri e ogni volta che mi è capitato di avere di fronte un soggetto o meglio un mostro del genere, ho sempre trovato il modo di allontanarmi il prima possibile. La disonestà è la cosa che meno riesco a reggere, non la disonestà nei miei confronti ma la disonestà nei confronti di sé stessi.

Tutta questa ideologia alla Tony Robbins svela solamente una grande tristezza, un grande vuoto e davvero poco rispetto verso la propria persona.

Christian Bale in “American Psycho

Quello che voglio dire è che più si cerca di essere ciò che non si è e più si dimostra di provare vergogna, malessere, imbarazzo, sentimenti da cui voglio stare alla larga.

A mio parere bisogna avere il coraggio di farsi schifo, di guardarsi di tanto in tanto allo specchio e farsi pena, di vedere chiaramente i propri difetti, di vergognarsi di sé stessi, ecco le persone non provano più vergogna e invece è importante.

Certo è fondamentale anche sapersi valorizzare ma tutto ha un limite e in questi casi mi sembra più corretto e più etico vedere l’altra parte. “Est modus in rebus” diceva Orazio, c’è una via di mezzo in tutto anche in questo, non lo dobbiamo dimenticare.

Di certo posso avere torto ma sono convinta che gonfiando il proprio amor proprio si crea una vita falsa e in fondo anche brutta.

Quanti anni non ho?

<<Vi siete mai chiesti perché quando le persone ci chiedono l’età noi rispondiamo sempre con l’ultimo anno, con l’ultima età raggiunta? Certo io ho quarant’anni ma ne ho ancora trentatré, venticinque e di sicuro ne ho ancora undici.>> George Carlin.

Concordo pienamente con lui, di certo ho ventun anni ma ancora di più ne ho dieci. La mia età è al massimo, o al minimo, ma più al massimo che al minimo, la metà di quella che ne possiedo cronologicamente.

Certo quando nella vita bisogna averne ventuno mi conformo, molto spesso però mi capita di incantarmi, di appassionarmi ma anche di arrabbiarmi come capita ad un bambino. A volte posso addirittura avere cinque anni, a volte mi capita di ammirare le cose o di ascoltare certi suoni come se fosse la prima volta.

Spesso capita di non riuscire più a vedere del bello, capita di non riuscire ad uscire dai bordi della normalità e della routine ed è proprio in quei momenti che si deve ricordare che oltre alla nostra età, oltre a ciò che siamo oggi ci portiamo dentro anche quello che siamo stati ieri e allora mi viene da pensare che certamente abbiamo trenta, quarant’anni ma ancor di più ne abbiamo dodici, sette e perché no anche tre.

Nella vita si incontrano persone che non sanno stare con i bambini, persone così grandi che non riescono a ribellarsi e anche a liberarsi dal peso dell’essere cresciuti.

Più di tutti al mondo io amo i bambini e non perché sono carini, innocenti o adorabili ma perché sono liberi: i bambini non hanno costrizioni, non hanno catene, sono slegati da qualsiasi vincolo e allora quando sto con loro anche io mi trasformo e finalmente divento libera.

Franco Fanigliulo cantava “A me mi piace vivere alla grande” e io mi sento di vivere alla grande solo in compagnia dei più ribelli di tutti: i bambini.

Cinefilia

Ho sempre preferito le amicizie che vedono coinvolte solo due persone perché non mi piacciono le dinamiche che riguardano i gruppi. La mia relazione perfetta ed equilibrata è ed è sempre stata una relazione che vede un’anima divisa in due corpi, un amore disinteressato, al di sopra di ogni superficialità e materialismo. L’amicizia più profonda che io abbia mai avuto non ha mai visto uno scambio di oggetti, né di messaggi ma piuttosto di silenzi, sguardi amorevoli e abbracci onesti.

Quando quest’amicizia è stata stroncata da forze superiori l’unico conforto, l’unica cosa che potesse capirmi, l’unico mondo in cui io mi potessi sentire viva e partecipe era il Cinema. Provo tanto rispetto per quest’arte che mi ha accolta quando non riuscivo a sentirmi a casa da nessuna parte.

Devo anche ringraziare la mia professoressa di italiano che durante il periodo delle medie ci ha regalato la visione di pellicole straordinarie e molto spesso drammatiche. Devo dire che non ho un genere preferito ma il film deve essere bello nella sua generalità e preciso nei suoi dettagli.

Amo i dialoghi fatti bene, i dialoghi ben pensati e intelligenti, la fotografia delicata e leggera, le musiche ed infine la scelta degli attori. Devo dire che della trama poco importa, i film miglior che ho visto non hanno una trama ben definita. La scelta degli attori è un altro dettaglio abbastanza rilevante nella scelta di un film: ci sono attori da cui non traspare nulla di sé altri che non riescono a fare a meno di mostrarci la loro essenza. Per esempio se dovessi scegliere un ruolo serio drammatico e a tratti misantropo opterei per Daniel Day Lewis (vedi “Il petroliere”) diversamente per un ruolo un po’ folle, bizzarro, ribelle e simpatico sceglierei Brad Pitt (vedi “L’esercito delle 12 scimmie”, trilogia “Ocean’s”, “Snatch”).

Ci sono poi regole che per me sono sacre: non si guardano film mentre si fa altro poiché non si può godere a pieno dell’opera;non si messaggia né si usano i social media, la mia attenzione deve essere focalizzata sullo schermo; alla fine tengo un diario vicino in cui annoto quello che ho imparato e le mie varie osservazioni.

Naturalmente le mie opinioni sono rivolte esclusivamente a pellicole che ritengo degne di rispetto, non ai film dedicati alle masse, ma nemmeno quelli estremamente intellettuali, io parlo di film in cui traspare la bellezza, un senso estetico che alla fine non può avere nessun’altra reazione se non il pianto di gioia o di dolore.

Se qualcuno è interessato al cinema me lo faccia sapere, magari guardiamo qualche pellicola insieme, intanto scrivo alcuni tra i più importanti film per me:

8 ½” di Federico Fellini, per chi si sente confuso e turbato.

https://youtu.be/fIWWcht-aqM

Il Padrino parte I” di Francis Ford Coppola perché è un film perfetto sotto ogni punto di vista.

https://youtu.be/jjtj7Wtxhbk

Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese perché ha una fotografia e musica perfette ma soprattutto perché è il miglior film sull’ideologia del mafioso, del gangster italoamericano.

https://youtu.be/EqGx3Lc3E7k

Amici miei atto I e II” di Mario Monicelli per una visione dolce e amara dell’amicizia.

https://youtu.be/YC4g32vbCbU

Accattone” di Pier Paolo Pasolini per chi si sente ribelle di natura e incompatibile con la società.

https://youtu.be/7bTN8m7a2L8

Un borghese piccolo piccolo” di Mario Monicelli per allontanarsi quanto più dal qualunquismo, per imparare ad amare e a voler bene prima agli altri.

https://youtu.be/SbNxE-7g_1c

Le iene” di Quentin Tarantino semplicemente perché è diverso.

https://youtu.be/X270oKseDaQ

Buona visione.

Addii e regali

Due cose non mi riempiono il cuore: ricevere regali e fare gli addii.

Per i primi mi sembra di non meritarli, amo farli e rendere felici le altre persone ma riceverli ha un altro gusto e non mi piace congratularmi per cose che non ho fatto, motivo per cui non mi piace festeggiare il mio compleanno: che senso ha festeggiare un giorno in più in cui sono sopravvissuta?

Preferisco ricevere lettere, lettere scritte su un foglio e non su una tastiera, parole espresse dal profondo del cuore, questo sì che mi riempie l’animo Kant!

Fare gli addii è così triste e drammatico che non riesco a reggere il momento. Quando ero piccola e usavo andare in moschea ogni fine settimana, non salutavo mai nessuno al ritorno a casa perché l’ho sempre trovato troppo drastico e non necessario piuttosto condivido la frase con cui Matt Damon salutava gli amici nella trilogia di “Ocean’s”: 《Ci si rivede quando ci si rivede…》

Stand by me-ricordo di un’estate” di Bob Reiner

Ed è esattamente così che mi piace lasciare una relazione, con tre punti di sospensione piuttosto che con un punto fermo e potente. Anche perché poi penso al momento in cui magari mi capiterà nella vita di incontrare nuovamente queste persone e allora penso che se ho dato un addio è impossibile continuare la nostra relazione mentre un saluto generico e leggero lascia aperte le possibilità future di stare di nuovo insieme.

Vivere con leggerezza

Qual è il miglior modo di prendere la vita?

Non so quale sia il migliore ma di certo conosco il peggiore: prendere così tanto tutto con pesantezza e serietà che alla fine ci si sente spossati. Certe cose mi è capitato di ingrandirle così tanto nella mia mente che quando le ho affrontate poi mi sono sembrate fantasia, non riuscivo a credere alla facilità e alla banalità dei fatti perché nella mia mente tutto era molto grande ed importante.

Mi è successo per tutte le visite dal dentista, all’esame per la patente, il primo giorno di scuola ma anche l’ultimo, e a tutti gli eventi sociali a cui abbia mai partecipato.

Il mondo è una mia rappresentazione e le rappresentazioni della mia mente sono a dir poco piacevoli, è tutto così caotico e rumoroso. Tutte le voci del mio io interiore litigano per avere il primo posto, ma alla fine vince sempre la voce critica e negativa nei miei confronti, è una voce diretta solo verso di me: il mondo è bello e le persone sono buone ma io per il mio io interiore sono un fallimento genetico e anche se mi capita di fare, raramente, qualche cosa di buono si limita, la mia voce, a dirmi: “Be’ dai, comunque non è tutto questo granché…”

Ormai mi sono abituata e a questa voce voglio bene, è probabile che abbia sofferto in passato, che abbia subito qualche trauma, l’importante a mio avviso è che me ne prenda cura e chissà magari un giorno mi ringrazierà di averla salvata.

Sensi di colpa

In linea generale io mi sento in colpa. Mi sento in colpa quando perdo tempo, mi sento in colpa quando penso di non essere abbastanza, mi sento in colpa perché vorrei fare di più per tutto e tutti e non riesco ma soprattutto mi sento in colpa perché non so cosa fare della mia vita.

Il posto di Ermanno Olmi

Quando ero bambina, come tutti i bambini, avevo le cose ben chiare: io volevo diventare una pediatra perché volevo salvare i bambini di tutto il mondo e fare in modo che nessuno soffrisse più. Crescendo però mi sono persa e non so quale scopo debba avere la mia vita, mi è successo di perdere il piacere di vivere, di perdere lo slancio vitale e mi è capitato spesso, troppo spesso di sentirmi sprofondare perché in fondo non credo di meritarmi tutto quello che ho.

Vedete nel mondo ci sono persone, bambini che soffrono di sofferenze reali, sofferenze ben più significative delle mie, ci sono persone la cui preoccupazione primaria è quella di trovare da mangiare, persone la cui speranza più grande è quella di tornare vivi a casa, perciò io mi chiedo che scuse ho io per sentirmi persa o vuota? Be’ nessuna, non ho nessuna giustificazione e questa consapevolezza mi distrugge ogni volta.

A volte mi capita di pensare che siamo stati troppo fortunati, sì abbiamo avuto tutto, non dobbiamo conquistare nulla, ci è già stato tutto offerto su un piatto d’argento, che scopo dovrebbe quindi avere la nostra vita? E’ una situazione comica: non ci resta che la noia, il tedio della vita mentre gli altri combattono per i loro diritti, per la propria vita, per un’istruzione adeguata.

D’altra parte però penso che se sono qui è perché in fondo qualcuno lassù ha deciso che doveva andare così e allora mi rassereno perché forse uno scopo non c’è, forse quello che importa è questa parte confusa della mia vita con cui dovrò fare amicizia e finalmente sentirmi in pace con il mondo ma soprattutto con me stessa.

Luoghi e non

I luoghi dove ho sempre detestato andare, che mi hanno sempre fatta sentire fuori luogo sono i non-luoghi cioè tutti quegli spazi che non hanno nulla di identificatorio, che non sono umani. Sono tutti quei luoghi in cui l’essenza di ciascuno di noi si annulla e ciò che resta è la nostra funzione, quella di consumatori ad esempio: i centri commerciali, le stazioni, gli atri, gli aeroporti, i negozi, gli ascensori…

Insomma tutta una serie di posti in cui mi sono sempre sentita male anzi malissimo senza però capirne il motivo, ho sempre condannato anche solo l’idea di avvicinarmici.

Mi sono sempre sentita a disagio sia da sola che con altre persone, non ho mai amato fare shopping e non sbavo all’idea del tipico divertimento adrenalinico anche perché la mia idea di divertimento è molto noiosa, non ho mai spiegato il mio disagio a nessuno perché volevo evitare l’ulteriore disagio di sentirmi diversa o strana così mi sono sempre dovuta subire la grande anzi enorme quantità di disagio sociale.

Quello che più non sopporto sono i dettagli, i piccoli momenti di attesa: non so mai dove guardare, non voglio stare troppo sul telefono ma non voglio nemmeno continuare a schivare gli sguardi delle altre persone, non so mai dove mettere le mani e non so mai di cosa parlare se sono con qualcuno, non mi piace avere conversazioni superficiali tuttavia non possiamo discutere sul significato della vita mentre tu scegli tra un maglione a righe e uno a pois, così mi ritrovo a fingere ogni volta.

Su una cosa però penso di essere migliorata, se così si può dire perché i non luoghi sono creazione del nostro tempo, non hanno nulla di umano e sentirsi bene in uno qualsiasi di questi non luoghi non è un bene, tuttavia ho migliorato il mio approccio e penso che in fondo anche gli altri si sentono come me e che non ho nulla di diverso o sbagliato, in fondo siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, questa sensazione però dura solo qualche ora per poi svanire lasciandomi sull’orlo della disperazione.

Mi sono resa conto di essermi conformata, di essermi quindi arresa quando mi sono accorta che la mia compagnia di amicizie era la solita compagnia di ragazze che fanno cose carine insieme e che parlano del noioso più e meno, così che ho fatto? Voi magari penserete che da persona normale io semplicemente mi sia allontanata da loro, vi sbagliate e vi sbagliate di grosso: il panico mi ha portato addirittura a cambiare città, a cambiare vita perché l’idea di passare cinque anni della mia vita rinchiusa in quel circolo piccolo e asfissiante di qualunquismo e politicamente corretto avrebbe e stava uccidendo la mia predisposizione alla ribellione che fa di me, me.

Ora posso dire che il mio approccio alle relazioni sociali in generale sia cambiato anche se lo sento e ho la certezza di non fare assolutamente parte della categoria socialmente considerata normale. Lo vedo negli occhi delle altre persone o in affermazioni quali:”Mi fai proprio morire!” Che è un’espressione a me incomprensibile: morire in che senso? Nel senso che sono buffa, bizzarra, strana ? Oppure con un’accezione positiva, nel senso che stando con me ti senti così euforica da sentirti morire? Credo più alla prima, e lo credo perché lo vedo nello sguardo degli altri, nel loro sorriso, tra le sopracciglia che si aggrovigliano come per dire: “Ma cosa diavolo stai dicendo?”

Un’altra espressione molto in vigore tra noi giovani e che io rifiuto di usare perché a me ferisce molto è : “Che tipa”.

È terribile, io non la userei con nessuno, ancora mi viene da chiedere: tipa in che senso? Nel senso che ti diverto, che ti faccio ridere¹?

Come per Nanni Moretti anche per me le parole sono importanti, bisogna stare attenti a quelle che usiamo, agli aggettivi con cui descriviamo gli altri, alle varie espressioni con cui definiamo le nostre vite.

Mi piace pensare che le parole sono un mezzo per aiutare gli altri a stare meglio con loro stessi, mi piace usare parole positive, belle, per far sorridere gli altri perché a volte le parole aprono una ferita così grande che ti sembra che un coltello ti stia trafiggendo il cuore, perciò ci tengo con tutto l’animo a volere che gli altri stiano bene,siano felici e per me va benissimo se questo può succedere solamente valendosi di una parola piuttosto che un’altra.

1= citazione di “Quei bravi ragazzi”, uno dei miei film preferiti.

Vita sociale

Alcuni di voi si ritroveranno in quello che scriverò, altri per niente, molti invece penseranno che io sia completamente pazza e hanno ragione.

È da quando ho memoria e coscienza di me stessa che mi sento strana, diversa come se avessi qualcosa di sbagliato, qualcosa da nascondere agli altri perché quel qualcosa non è ordinario, e anche se dal mio viso sembra che sia sicura di me, la verità è che io non ho la più pallida idea di quello che faccio.

La mia stranezza, se così la vogliamo definire, si esprime in un enorme, gigante disagio che provo nelle interazioni sociali, nelle attività che hanno a che fare con gli altri.

Per me è stato un incubo andare all’asilo, a scuola, all’università, a fare la spesa, alla stazione, per non parlare di quegli incubi di feste di compleanno in cui non sapevo mai come comportarmi, cosa dire, cosa fare e risultavo così strana che alla fine non venivo più invitata.

lonely

Mi considero una fonte di disagio e quasi quasi ci ho fatto l’abitudine.

Il fatto è che non so mai cosa dire e proprio per questo motivo finisco per dire cose che di certo era meglio evitare, non so dove puntare il mio sguardo ma soprattutto non ho la minima idea di dove mettere le mani.

La mia voce poi è un altro dono celeste che mi rende ancora più impacciata e questo succede perché la mia voce non è per niente femminile, ha un tono troppo grave per essere delicata e aggraziata. Mi è successo così tante volte di essere scambiata per un maschio da non poter pensare il contrario.

Anche quando mi è capitato di partecipare a eventi,convegni, pranzi di matrimonio sono stata così male che sentivo l’esigenza di chiudermi da qualche parte o di scappare perché in fondo non mi sono mai sentita appartenere a nessun luogo.