Essere problematici

C’è sempre stato questo sentimento di non appartenenza in me, la sensazione di non voler essere qui e ora, non sentirsi mai appartenere, voler scappare sempre e ovunque.

In qualsiasi cosa io facessi, ovunque io fossi il mio desiderio ultimo è sempre stato quello di andarmene, così, senza una motivazione.

Mi ricordo i primi momenti, quando ero bambina, in cui questa percezione ha cominciato a prendere voce: ero a scuola, non ricordo esattamente l’anno ma molto probabilmente era il secondo anno delle elementari, lo ricordo bene perché è stato il momento in cui i miei malesseri hanno iniziato a prendere forma, e non è successo durante le lezioni, no è successo nel giardino della scuola mentre giocavo con gli altri bambini, così di soppiatto io non c’ero più, io non ero più lì, mi ero perduta.

E’ da lì che mi sento una pecora nera, un pesce fuor d’acqua e non solo in famiglia, a casa, ma ovunque vada sono circondata da questo sentimento, da questa voglia improvvisa di finirla lì e molte volte l’ho fatto: mi sono alzata e me ne sono andata.

E’ che inizio a sentirmi stringere e restringere, sento di soffocare e il bisogno d’aria diventa così forte che l’unica soluzione che trovo è quella di sparire.

Anche ora non sento di vivere nulla completamente perché nel mio animo io sono altrove.

Non ho degli schemi sociali, delle regole, dei programmi, in fondo al mio animo io mi sento svincolata, tutto è possibile, potrei andarmene e fare altro, potrei farlo ma lo farei con tanta amarezza perché so che nemmeno questo mi farà sentire a casa.

Non riesco mai a liberarmi con nessuno, non riesco a spogliarmi da questi panni così pesanti ma così veri.

Ogni volta è una battaglia, e anche se all’esterno posso sembrare parte del monotono circolo delle cose, sotto sotto io vorrei correre, urlare, andarmene in continuazione, sparire per poi ricomparire e sparire di nuovo, in un continuo desiderio di evasione.

Vorrei tanto riuscire, almeno per un giorno, a sentirmi in pace, senza nessun turbamento, nessun malore.

“Gioventù bruciata”

Riesco a trovare una via però, a sentirmi libera solo con anime affini alla mia, a quel punto tutto diventa così limpido, non sento più il bisogno di spiegarmi o di adattarmi.

Ho avuto una sola amicizia così profonda, onesta e tormentata, non solo la migliore che abbia mai avuto ma anche la migliore relazione con cui sia mai entrata in contatto. Il fatto non è che mi sentissi in pace o a casa, semplicemente smettevo di sentirmi estranea, un’intrusa.

Forse anche io avrei bisogno di chiedere la patente di inadatta al signor Cocuzza perché questo sentimento diventa insostenibile.

Il punto è che ho paura di sentirmi per sempre così, di non appartenere mai a nulla, di sentire questo bisogno così ardentemente da non sentire più nient’altro.

Una piccola parte di me però vorrebbe una vita media: mediamente felice, mediamente problematica e mediamente attiva, una vita con cui non mi senta di combattere sempre. Una vita che non chieda troppo, una vita con aspirazioni medie, con sogni moderati, relazioni medie, insomma una vita comune.

Magari la battaglia che devo combattere è proprio questa, perché non voglio finire come Accattone, non voglio continuare a vivere la condanna di Matteo Carati.

Forse, proprio per questo, sono obbligata ad un conflitto e un confronto quotidiano per arrivare a dei compromessi con me stessa, per apprezzare di più la vita.

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