Luoghi e non

I luoghi dove ho sempre detestato andare, che mi hanno sempre fatta sentire fuori luogo sono i non-luoghi cioè tutti quegli spazi che non hanno nulla di identificatorio, che non sono umani. Sono tutti quei luoghi in cui l’essenza di ciascuno di noi si annulla e ciò che resta è la nostra funzione, quella di consumatori ad esempio: i centri commerciali, le stazioni, gli atri, gli aeroporti, i negozi, gli ascensori…

Insomma tutta una serie di posti in cui mi sono sempre sentita male anzi malissimo senza però capirne il motivo, ho sempre condannato anche solo l’idea di avvicinarmici.

Mi sono sempre sentita a disagio sia da sola che con altre persone, non ho mai amato fare shopping e non sbavo all’idea del tipico divertimento adrenalinico anche perché la mia idea di divertimento è molto noiosa, non ho mai spiegato il mio disagio a nessuno perché volevo evitare l’ulteriore disagio di sentirmi diversa o strana così mi sono sempre dovuta subire la grande anzi enorme quantità di disagio sociale.

Quello che più non sopporto sono i dettagli, i piccoli momenti di attesa: non so mai dove guardare, non voglio stare troppo sul telefono ma non voglio nemmeno continuare a schivare gli sguardi delle altre persone, non so mai dove mettere le mani e non so mai di cosa parlare se sono con qualcuno, non mi piace avere conversazioni superficiali tuttavia non possiamo discutere sul significato della vita mentre tu scegli tra un maglione a righe e uno a pois, così mi ritrovo a fingere ogni volta.

Su una cosa però penso di essere migliorata, se così si può dire perché i non luoghi sono creazione del nostro tempo, non hanno nulla di umano e sentirsi bene in uno qualsiasi di questi non luoghi non è un bene, tuttavia ho migliorato il mio approccio e penso che in fondo anche gli altri si sentono come me e che non ho nulla di diverso o sbagliato, in fondo siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, questa sensazione però dura solo qualche ora per poi svanire lasciandomi sull’orlo della disperazione.

Mi sono resa conto di essermi conformata, di essermi quindi arresa quando mi sono accorta che la mia compagnia di amicizie era la solita compagnia di ragazze che fanno cose carine insieme e che parlano del noioso più e meno, così che ho fatto? Voi magari penserete che da persona normale io semplicemente mi sia allontanata da loro, vi sbagliate e vi sbagliate di grosso: il panico mi ha portato addirittura a cambiare città, a cambiare vita perché l’idea di passare cinque anni della mia vita rinchiusa in quel circolo piccolo e asfissiante di qualunquismo e politicamente corretto avrebbe e stava uccidendo la mia predisposizione alla ribellione che fa di me, me.

Ora posso dire che il mio approccio alle relazioni sociali in generale sia cambiato anche se lo sento e ho la certezza di non fare assolutamente parte della categoria socialmente considerata normale. Lo vedo negli occhi delle altre persone o in affermazioni quali:”Mi fai proprio morire!” Che è un’espressione a me incomprensibile: morire in che senso? Nel senso che sono buffa, bizzarra, strana ? Oppure con un’accezione positiva, nel senso che stando con me ti senti così euforica da sentirti morire? Credo più alla prima, e lo credo perché lo vedo nello sguardo degli altri, nel loro sorriso, tra le sopracciglia che si aggrovigliano come per dire: “Ma cosa diavolo stai dicendo?”

Un’altra espressione molto in vigore tra noi giovani e che io rifiuto di usare perché a me ferisce molto è : “Che tipa”.

È terribile, io non la userei con nessuno, ancora mi viene da chiedere: tipa in che senso? Nel senso che ti diverto, che ti faccio ridere¹?

Come per Nanni Moretti anche per me le parole sono importanti, bisogna stare attenti a quelle che usiamo, agli aggettivi con cui descriviamo gli altri, alle varie espressioni con cui definiamo le nostre vite.

Mi piace pensare che le parole sono un mezzo per aiutare gli altri a stare meglio con loro stessi, mi piace usare parole positive, belle, per far sorridere gli altri perché a volte le parole aprono una ferita così grande che ti sembra che un coltello ti stia trafiggendo il cuore, perciò ci tengo con tutto l’animo a volere che gli altri stiano bene,siano felici e per me va benissimo se questo può succedere solamente valendosi di una parola piuttosto che un’altra.

1= citazione di “Quei bravi ragazzi”, uno dei miei film preferiti.

Vita sociale

Alcuni di voi si ritroveranno in quello che scriverò, altri per niente, molti invece penseranno che io sia completamente pazza e hanno ragione.

È da quando ho memoria e coscienza di me stessa che mi sento strana, diversa come se avessi qualcosa di sbagliato, qualcosa da nascondere agli altri perché quel qualcosa non è ordinario, e anche se dal mio viso sembra che sia sicura di me, la verità è che io non ho la più pallida idea di quello che faccio.

La mia stranezza, se così la vogliamo definire, si esprime in un enorme, gigante disagio che provo nelle interazioni sociali, nelle attività che hanno a che fare con gli altri.

Per me è stato un incubo andare all’asilo, a scuola, all’università, a fare la spesa, alla stazione, per non parlare di quegli incubi di feste di compleanno in cui non sapevo mai come comportarmi, cosa dire, cosa fare e risultavo così strana che alla fine non venivo più invitata.

lonely

Mi considero una fonte di disagio e quasi quasi ci ho fatto l’abitudine.

Il fatto è che non so mai cosa dire e proprio per questo motivo finisco per dire cose che di certo era meglio evitare, non so dove puntare il mio sguardo ma soprattutto non ho la minima idea di dove mettere le mani.

La mia voce poi è un altro dono celeste che mi rende ancora più impacciata e questo succede perché la mia voce non è per niente femminile, ha un tono troppo grave per essere delicata e aggraziata. Mi è successo così tante volte di essere scambiata per un maschio da non poter pensare il contrario.

Anche quando mi è capitato di partecipare a eventi,convegni, pranzi di matrimonio sono stata così male che sentivo l’esigenza di chiudermi da qualche parte o di scappare perché in fondo non mi sono mai sentita appartenere a nessun luogo.